Il delirio di Maspalomas

Maspalomas, 10 febbraio 2020

“Vengono qui dal nord Europa a tirare gli ultimi” dico io. In effetti ci sono moltissimi tededeschi ed inglesi in carrozzella o che si muovono a fatica con le stampelle. Abbondano le cliniche e gli ambulatori wir sprechen Deutsch. Maspalomas, Playa del Inglés, miti dei depliant dei tour operator.

Dal nulla hanno tirato su una città esclusivamente dedicata ai turisti, un’urbanizzazione razionale e spietata con schiere di alberghi e appartamenti circondati da palme e giardinetti. Vedo per caso delle fotografie che risaliranno agli anni cinquanta: un deserto di sassi senza un minimo di vegetazione, un cammello con cammelliere simboli del primissimo turismo nella zona. C’era solo il faro e qualche casupola.

Hanno fatto bene? È sostenibile un enclave, ghetto e paradiso dei turisti? Alla radio abbiamo sentito un’intervista ad una funzionaria/politica (forse Carolina Darias) che dichiara che il turismo è un pilar fundamental dell’economia canaria.

Noi ci avviamo lungo la spiaggia spazzata da un fortissimo vento – e percorsa da una fila di turisti che da lontano sembrano una colonia di pinguini dondolanti – per esplorare la dune. Incontriamo i famosi chiringuitos dove potremmo bere un mojito e dedicarci all’ozio, ma come sempre andiamo avanti ad esplorare.

In effetti, questa è una zona spettacolare, un sahara in miniatura dice la Lonely Planet. Naturalmente sempre con la schiera infinita di alberghi sullo sfondo.

Un po’ stremati riprendiamo la macchina ed arriviamo alla spiaggia di Carpinteras dove, seguendo un sentierino sulla scogliera, troviamo finalmente un bel litorale di sabbia nera dove facciamo il bagno. L’acqua è fredda, ma la sabbia è calda.

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